Va’

Va’

Manolo, 37 anni, tuta da lavoro, pedala sulla sua bicicletta ad idrogeno con portabagagli integrato per un viale trafficato.

E`un idraulico che installa filtri ad osmosi inversa: in una casa con una cliente, sulla sedia a rotelle,  discetta di come non sia più accettabile ammalarsi a causa della benzina verde ed essere presi in giro dal nome verde e dalla pretesa ecologica! La cliente, una greca sui trent’anni di nome Dalida, con una frase e uno sguardo lo liquida facendolo sentire uno sprovveduto, che straparla.

S’incontrano ora per la prima volta, Dalida sprigiona forza psichica, ha coinvolto parte del suo corpo in un esperimento proprio, che passa attraverso la coscienza intima di un approccio al sistema mondo tramite lo sviluppo con dei giovani in classi diverse, in scuole per bambini « problematici », di due assi di conoscenza, uno teorico, tramite le astrazioni matematiche, e un altro fenomenologico tramite la percezione dei fenomeni fisici, e tramite il linguaggio della fisica, seguendo anche la storia di questo linguaggio.

Manolo, è corpo che si muove per intuizione, è incapace di dire cosa stia facendo, lo capisce quando l’azione è terminata. Ha fatto figli così, per attrazione genetica, e istinto animale, con donne che ha scelto ad istinto, oltrepassando con incoscienza gli ostacoli sociali, le reticenze evidenti e le incompatibilità. Poi, segue il corso dei « guai » nei quali si è cacciato, come dicono e credono i suoi amici, e familiari, inventandosi un percorso anomalo, evitando di reagire ai « guai » ma cogliendo in ogni « guai » il punto di leva per saltare oltre. Però Manolo è vittima di un suo bisogno di riconoscenza, allora sparla a volte come un invasato, diventa noioso, pure a se stesso, perde il collegamento con chi gli sta davanti, cerca invano così qualcuno che gli dica grazie. E così che quando vede per la prima volta Dalida, ne è così intrigato, che invece di riconoscere la grazia di questo incontro, viene guidato immediatamente dalla paura di non sentirsi all’altezza di questa persona, del suo potenziale, del potenziale che sente potrebbero sprigionare insieme.

La tratta male, sembra misogino, la disdegna, come ignorandone la presenza e l’interesse.

Dalida fa lo stesso, con ancor maggior supponenza, in quanto lei percepisce il moto dell’animo di Manolo, e gli imputa stupidità, mancanza di ambizione all’altezza delle capacità rivendicate, lo disprezza in quanto persona che si vittimizza per giustificare a se stesso quello che gli altri considerano degli insuccessi, mentre Manolo cerca chi gli dimostri quello che egli stesso sa: nelle stesse condizioni, coscientemente, rifarebbe esattamente le stesse cose, a cosa serve cercare qualcuno che confermi la precisione con la cui ha operato, e gli dica bravo, o grazie?

In pratica, si trattano ambedue malissimo, con grande antipatia.

E allo stesso tempo se ne pentono ambedue molto rapidamente.

Iniziano a pensare l’uno all’altro, a tracciare percorsi che integrano quello che ciascuno ha intuito dell’altro.

Dalida si chiede in che misura l’interesse di Manolo per l’acqua, lo schema di ripartizione che Manolo usa per costruire i filtri, la sua passione per i circuiti di flusso, il bisogno di maneggiare ogni giorno con qualcosa che abbia a che vedere con l’acqua, siano frutto di una ricerca precisa, consapevole per giusta intuizione, senza sapere ancora dove questa possa portare, e proprio per questo, intelligente, evolutiva. Allora in classe, approfitta di qualche pretesto per portare i ragazzi a parlare dell’acqua, in modo banale, poi, anche guardando al sistema acqua come ad un grande cervello visto dal cielo.

Manolo, apre i quaderni dei figli, sbircia nei libri di scienze, cade su una pagina che illustra come discernere vari tipi di infinito, l’infinito numerabile, l’infinito non numerabile, la potenza del continuo, le teorie degli insiemi, i giochi a somma zero. Ogni volta pensa a Dalida, a come potrebbe ricontattarla, rivederla, con quale scusa, ed ogni volta che gli sembra aver trovato un’idea poi si sente incapace, vinto da un processo di atteggiamenti timidi, remissivi, non si sente all’altezza.

L’idraulico ripara una fontana in una piazza che ormai nessuno nota più nel traffico e sovrappensiero si bagna con un getto d’acqua che parte all’improvviso. 

Si guarda bagnato, zuppo, s’immagina con Dalida seduto sul bordo di una fontana, coi piedi nell’acqua, immagina Dalida libera dalla paralisi.

L’idraulico si sveglia, va a prendere la sua bicicletta, assonnato e all’improvviso si rende conto che è diafana, si è smaterializzata. Pensa di avere un’allucinazione, prova a toccare un’auto parcheggiata in strada e anche quella è solo un simulacro, un’immagine incorporea, così anche una moto e un furgone vicini.

Manolo torna a casa di corsa e si rimette a letto. E’ un sogno? Il telefonino che squilla con la suoneria dell’ex moglie toglie ogni dubbio: pretende il suo aiuto per portare il figlio a scuola.

In strada sono scomparsi tutti i mezzi di locomozione. Sono tutti diventati diafani.

Occupano fermi lo stesso spazio eppure sono del tutto inutilizzabili.

Resta una visione dello spirito, privata della propria materia.

Le persone iniziano a vagare perse, la sparizione di questo immenso paradigma, sul come ci si sposta, rende incerto persino il camminare.

Fiumi di persone camminano a piedi nei tunnel della metropolitana illuminati dalle torce dei telefonini. 

La gente cammina come persa nella nebbia, a volte pare barcollare, nel cambiare direzione, nel tornare indietro, nel fare qualche passo e poi fermarsi chiedendosi « ma dove sto andando? ».

Manolo si rende presto conto che tutti quelli che lo conoscono, gli imputano in pratica la colpa morale di quello che sta succedendo. « Ecco, è quello che volevi tu, no?! – E’ così che volevi si andasse a finire, sei contento ora? E come la mettiamo? E ora come facciamo? » A tutti i suoi conoscenti pare giusto indicare lui come colpevole e responsabile perché è lui l’ambientalista sfegatato, militante, fanatico (avrebbe voluto le auto ad idrogeno ecc) e che predicava su come sarebbe stato facile adottare un’altra mobilità, quella che voleva lui, e di cui si sentiva così convinto dell’efficacia e del potenziale beneficio per tutti.

I supermercati sono presi d’assalto perché le merci non possono essere più trasportate.

Manolo si trova a dover gestire lo scontento di tutti, del padre, delle mamme, il figlio lo sostiene divertito, la figlia lo guarda con affetto e speranza, come il padre miracoloso che salverà tutti, di cui desidera sentirsi fieramente la figlia. La figura del padre è generalmente disprezzata dalla madre, e dai familiari, persino dai genitori di Manolo, che lo trattano come un bambino, che poveretto, non si adatterà mai, avrà sempre bisogno di esser scusato per le sue eccentricità, e la sua inadeguatezza.

Il padre di Manolo lo obbliga ad andare a sporgere denuncia dai carabinieri per contrastare ogni eventualità, per tutelarsi, per introdurre una richiesta all’assicurazione, per giustificarsi al lavoro.

Lui va in giro, incontra l’amico che gli rinfaccia “E’ successo ciò che volevi e ora come andiamo a lavorare?” 

Cominciano ad apparire per strada persone a cavallo.

L’amico aiuta come volontario presso un centro rifugiati che funziona con una gestione anarchica collegando in tempo reale i bisogni pratici dei rifugiati (lavarsi, depositare i propri averi in una stanza controllata, con attribuzione di un numero, ricevere un paio di scarpe, o qualche vestito, fare colazione, farsi la doccia, ricevere assistenza legale) con la presenza aleatoria di un numero sufficiente e insufficiente di volontari. Il numero di rifugiati e di volontari cambia ad ogni momento ed ogni giorno, rendendo aleatoria, inutilizzabile, e inefficace una organizzazione predefinita.

Il centro rifugiati si trova in prima periferia, della grande città, in un complesso di uffici e piccole e medie imprese, davanti un enorme Decathlon.

Le mamme dei due figli, vogliono entrambe vederlo, lo tengono al telefono, lo bloccano in strada per ore, una con monologhi infiniti e irreali, l’altra con richieste pratiche, portargli la spesa, le bottiglie dell’acqua, accompagnare la figlia agli stages.

L’amico gli ripete ogni volta che sembra subentrare un silenzio nelle loro conversazioni:

« Avresti dovuto pensarci prima Manolo, ti pareva tutto facile, dicevi che bastava fare così e poi così, e che eravamo tutti degli stupidi, incivili, ignari, folli, ed eccoci qua! ora che le macchine da te maledette sono scomparse, insomma, svanite, come si può dire quello che è successo? Ecco, e ora? Eh, ci avevi pensato prima, eh Manolo? » Silenzio colpevole e imbarazzato, Manolo non possiede la soluzione per tutti, anzi, si rende conto che in effetti il suo « pensiero positivo », quelle idee sulle quali imbastiva la sua critica feroce alla società nella quale viveva, altro non erano che un altro modo di auto assolversi, giocare a far la vittima, assolvere l’impotenza, e soprattutto, fermarsi ad un discorso comportamentale, superficiale ed insufficiente.

In flashback un convegno sull’acqua dove Manolo si imbuca e da lì emerge che l’acqua è vita, movimento, trasmissione, memoria e perché non può esserlo anche l’aria, si chiede Manolo.

Manolo si rende conto ora, che in effetti, togliere le macchine, è inutile nel momento in cui mancano sia un sistema alternativo, sia la gestione tecnica e umana della transizione, e soprattutto il senso profondo, il senso originale del muoversi, dello spostarsi, del viaggiare, che sia collettivo e individuale.

All’improvviso Manolo realizza che probabilmente anche la carrozzina dinamica di Dalida si sarà smaterializzata, e che così, ella si trova immobilizzata.

E’ allo stesso tempo un’urgenza e l’occasione che stava aspettando da tempo per andare da lei, correre da lei per un buon motivo, insindacabile.

Va, suona al campanello. Nessuna risposta. Approfitta della porta del cancelletto aperta da una ragazzina che esce, per dire « grazie » e entrare nel cortile, poi suona di nuovo al campanello del portone, nessuna risposta, allora sferra un colpo secco di fianco sullo stipite della porta, in mezzo, e il portone vibrando emette il click tipico dell’apriporta elettrico, e si apre. Sale veloce le scale, arriva alla porta, estrae una lunga scheda ritagliata da una bottiglia di plastica, striscia e con un gesto rapido e sicuro apre la porta blindata.

Dalida, olimpica, sta leggendo e prendendo appunti a matita su un libro. 

Come si muove se anche la sedia a rotelle è diafana? 

Lui si carica Dalida sulle spalle e la porta a casa sua.

Il viaggio in città dell’uomo e la donna corpo a corpo ( dove a Brussels?

Poco alla volta le lezioni si svolgono, i ragazzi vengono da soli, in gruppetti, quando capita, Manolo ha modificato una sedia in portantina, in casa c’è quasi sempre qualcuno, la porta rimane sempre aperta, Manolo ha fatto in modo che basti suonare al citofono per far scattare dopo qualche secondo l’apriporta, come se qualcuno rispondesse, per non insospettire i vicini.

Dalida mostra come la matematica, i sentimenti ed il linguaggio siamo gli ingredienti per orientarsi nel mondo della fisica. Una delle dimostrazioni che ama svolgere, talmente sembra semplice ed apre invece scenari che creano confusione, sgomento tanto quanto fascino e impressione sui ragazzi, è quella della somma di tutti i numeri interi positivi.

Nel sentire comune questa somma da l’infinito, essendo la somma infinita e numerabile di una serie infinita e numerabile di unità. Eppure, tramite un calcolo algebrico molto semplice, Dalida arriva ad un risultato sorprendente: -1/12


C = 1 + 2 + 3 + 4 + 5 + 6 + …
A = 1 – 1 + 1 – 1 + 1 – 1 + …
– A = – 1 + 1 – 1 + 1 – 1 + …
1 – A = 1 – 1 + 1 – 1 + 1 – 1 + …
1 – A = A
A = 1/2
B = 1 – 2 + 3 – 4 + 5 – 6 + …
B – A = – 1 + 2 – 3 + 4 – 5 + 6 – …
B – A = – B
B = 1/4
C – B = 4 + 8 + 12 + 16…
C – B = 4 * ( 1 + 2 + 3 + 4 + 5 + 6 + …
C – B = 4 * C
3 C = – B
C = – 1/12

Cosa intende mostrare a chi la ascolta imbarazzato?

Inizia una convivenza sui generis.

Reazione dei figli, delle ex, dei genitori di Manolo…

Manolo riesce a evitare gelosie, conflitti e fa di tutto per far sentire a suo agio Dalida.

Per evitare di lasciarla sola si mette persino a coltivare l’orto nel pezzetto di terra intorno casa sua. 

Dalida è diffidente, Manolo è un uomo sano, pieno di vita, perché dovrebbe provare qualcosa per lei?

Manolo sta seguendo un percorso da autodidatta sui nuovi linguaggi. Vorrebbe scriverne ma non ne ha il tempo. E proprio Dalida fa da cavia volta per volta per la sua idea di nuovi linguaggi. Niente pronomi e relazioni possessive, bandite espressioni come “Il mio uomo, il mio amore!”

Qui un esempio di dialogo

Manolo è pragmatico e vorrebbe avere un rapporto più intimo con lei. Le massaggia le gambe con gli olii balsamici, la aiuta a vestirsi, un giorno le fa un bagno.

Lei dall’iniziale rigidità, lottando contro imbarazzi e complessi, arriva piano piano ad affidarsi a lui.

Comunque da quando sono scomparsi i mezzi di trasporto, si sentono tutti più liberi di andare dove e come pare, soprattutto i ragazzini, approfittano dello smarrimento degli adulti per sparire, per prendere autonomia.

Mamma al telefono: « Dove sei? »

Ragazzino in strada: « Sto andando dalla prof »

Mamma: « Da solo? »

Ragazzino: « Mamma! c’è un sacco di gente in strada! per favore, smettila »

Mamma: « Quando torni? devi farti la doccia oggi »

Ragazzino: « Si certo mamma. Dai mamma. Ciaooo »

La notte Manolo e Dalida si imbarcano in discussioni interminabili. 

Manolo pian piano con carezze e coccole la induce a lasciarsi andare.

I due fanno l’amore, lavorano, scrivono. Lei lo induce a cominciare a scrivere dei nuovi linguaggi.

Un mattino Dalida si sente così coinvolta da lui che gli chiede qualcosa in più, magari il matrimonio, lei non può far figli ma possono sempre adottarne.

Manolo all’improvviso si sente messo all’angolo, di nuovo manipolato da donne che pretendono la sua abnegazione. Non riesce a rispondere alla richiesta di un vincolo esclusivo con Dalida. E’ quanto di più lontano dai nuovi linguaggi. Non parla più con lei, cambia espressione del volto. E’ angosciato, deluso che anche con Dalida che credeva speciale, è sempre la solita storia, si sente inscatolato. Sbotta così con lei che resta se possibile ancora più paralizzata.

Rapidamente Dalida con l’aiuto dell’amico volontario va via da casa di Manolo.

L’amico fa montare a cavallo Dalida, quasi come se fosse un sacco e la porta al centro rifugiati. Manolo ne è turbato ma non fa nulla per fermarla.

Lei al centro incomincia ad insegnare.

I migranti costruiscono portantine, tipo risciò, che possono trainare, o far trainare da mucche, asini, muli, renne???

Manolo riprende a fare la sua vita. Su internet scopre che i filtri ad osmosi inversa alla lunga creano dei problemi di salute. Che botta!

Chiama amici, parenti, clienti per scusarsi e porre rimedio.

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Quid videat, nescit.Chi vede, non sa.

Dalida e Manolo fanno sesso senza protezione.

Manolo si chiede come mai?

Certo che è più facile, più bello, certo che mettere un preservativo quando sente che Dalida è già tremendamente reticente a lasciarsi andare aumenta il dilemma.

Ha avuto talmente paura di ferirla, lei che cammina nel mondo in quel modo diverso da tutti, con la mente, col suo sorriso pieno di sentimenti, con quel cuore che pare quello di una ragazzina pronta a correre.

Certo che c’è quella paura del rischio che confonde gli stati dell’essere, e fuga le direttive dell’adulto, semplici, chiare, mescolando amore e sesso, stupidamente secondo l’uno e in modo sprezzante secondo l’altra.

Manolo vorrebbe capire che cosa l’ha spinto a agire contro i propri principi, come mai l’insicurezza reciproca ha avuto il sopravvento. Si sente manipolato dalla reticenza di Dalida che così estorce una dimostrazione di fiducia, invece di costruirla, proprio operando in modo indiretto. Si sente preso, catturato, fregato da un ennesimo abuso di potere al quale si è piegato credendo ad una propria gioia di vivere.

Ne prende coscienza il giorno in cui allegro come un ragazzino entusiasta dice candidamente a Dalida che ha sognato che lei andava a fare le analisi del sangue. Crede ingenuo che da quelle analisi possa apparire un indizio, un elemento di comprensione per le difficoltà motorie di Dalida. E quando lo racconta, perché intuitivamente sente che c’è qualcosa di grande e sano che viene prima della coscienza, la reazione è talmente violenta, aggressiva, disproporzionata, ripetutamente violenta e sprezzante, che invece di colpirlo, lo mette in pista su due strade. Ripensa a come hanno fatto sesso o l’amore, a questo dilemma esistenziale irrisolto, in cui il sesso come funzione viene confuso col sentimento che anima, come se le parole, la grammatica, le sintassi, venissero scambiate col senso delle frasi, con l’intenzione di un racconto. Assurdo. Eppure è successo. Se ne affligge. Si sente stupidamente preso in giro, dalle proprie insicurezze, dai propri demoni, si sente anche disprezzato, catturato con un filo invisibile e precipita nella collera. Scopre che i giochi di potere creano confusione nell’animo di chi non li vede e rabbia in quello di chi li percepisce. Cerca una soluzione adulta, delle analisi per fugare un dubbio semplice, una paranoia chiara, eppure Dalida rimane sorda. A che serve che lui solo faccia delle analisi del sangue? Quando si tratta di ristabilire un modus adulto e responsabile per dare un assetto stabile ai moti dell’animo. A che serve stare a accusare l’altro di presunte infedeltà quando ognuno è allo scoperto? E come mai Dalida si è mostrata così aggressiva? Sa qual’è la realtà delle cose, cosa teme? E che bisogno aveva di utilizzare l’intimità ricevuta per ferire Manolo li dove Manolo viaggia già ferito? Che senso ha tutto questo?

Si scopre regista occulto del film che Dalida si fa, grazie alla paura e alla sua propensione a derivare, si scopre capace di aprire angoli morti, per sé e grazie alle reazioni di Dalida.

Come vede Dalida spiegare ai suoi allievi, gli ingredienti ci sono tutti: le capacità, la fiducia in sé, il senso delle proprie azioni nel momento in cui sono iscritte in un sistema inter-relazionale, la ricerca dei nuovi linguaggi, il corso dell’acqua, il senso del muoversi che stanno cercando insieme.

E’ la ricetta che gli appare incoerente, aberrante, distruttiva, disarmonica.

Vedere che tutto questo si è svolto in cucina insieme a lei, che ha giocato quel gioco dall’inizio ad oggi, lo stordisce.

Eppure, gli ingredienti ci sono, per capire dov’è il granello di sabbia che inceppa il meccanismo motorio di Dalida e la funzione cognitiva di Manolo, perché tutti e due si oppongono con veemenza e aggressività alle mutue intuizioni?

Manolo inizia a vedere dov’è che vuole arrivare, quanto stava a guardare per terra, i piedi avanzare sul terreno invece di usare la sua capacità di guardare lontano.

Sente questi granelli di sabbia, i cavilli, le funzioni paradossali, che si possono prendere con cura e precisione, il giorno in cui ci si sente capaci di riuscire a viaggiare fino a lì e sente un’emozione di gioia.

Le paure, la tristezza, la rabbia.

Ingredienti di base.

Il rischio sta nell’abbinare paura con paura, paura della tristezza, rabbia per provocare tristezza, combinazioni.

Grazie a Dalida, ha percepito che sta a lui scegliere la buona ricetta per cogliere il potenziale vitale delle materie prime e andare con serenità nella gioia di vivere, mescolando saperi antichi e profumi presenti, assaggiando sapori e modificando appena le proprie azioni, proprio come quando si mette in cucina e senza riflettere trova la migliore ricetta per quello che il cielo si è occupato di porgli sotto mano, di suggerirgli al bancone della contadina.

Dalida più si accorge della delusione di lui nel non vedere assecondato un suo sistema, ricetta, stile di vita, più si convince che c’è qualcosa d’inesplorato, invincibile, indicibile nell’approccio che sente lei verso l’amato amante. Veder spazzato via da lui, per senso di colpa, paura, ambivalenza celata anche nei nuovi linguaggi, un sentire così raro, adamantino, l’ha annichilita. All’inizio ha inghiottito lacrime, provato spasmi diaframmatici, forse cardiaci, poi la mente meditativa ha osservato olimpicamente il fiume delle emozioni. 

E Dalida ha ricordato il trauma che le impedisce di camminare.

Non può permettersi di star male.

Il sogno delle analisi, un ossimoro, onirico-prosaico inconsapevole. Lui con candida violenza l’ha allontanata, demonizzata, con quell’ombra della malattia, della sfiducia e del conseguente crollo libidico.

Con l’equivoco che lei avrebbe preteso di far sesso senza protezione, lei che per prima voleva fare sesso protetto, molto protetto, e forse non farlo proprio per non innamorarsi di un pari, un compagno di viaggio, avventure e pure di cambiamenti, perché no?, epocali. 

Lei non fa sesso se non prova amore. 

Il sesso isolato dall’amore le pare un concetto solipsistico, narcisistico, da entomologo. D’altronde nelle 60 leggi del Kamasutra bisogna saper far di tutto, dal parlare in dialetto, all’avere buone maniere, dal conoscere la poesia al simulare altre identità, prima di arrivare alla dottrina segreta. Secondo le leggi del sacro, dell’utile e dell’amore, 3 cose insieme. 

L’eros è la spinta, la forza kundalini che anima l’incontro amoroso. 

Quando il desiderio per un’altra persona comanda e ti fa agire quasi automatica-mente, quando questo desiderio oltrepassa l’ombelico e arriva all’ipotalamo, quando lo sguardo e il pensiero dell’altro ti accendono e la vita sembra che si riempia di più senso, la fusione vale la con-fusione. Fonderti per fondarti di nuovo individualmente con elementi chimico-fisici, quantico-energetici che permettono naturalmente un processo simile anche all’altro. 

La piroetta, declic, salto quasi istantaneo che lui ha compiuto appena avuto accesso a lei, l’ha aiutata a comprendere che Manolo non ce la fa, la sua anima è affamata, in modo karmico; la ricerca, la preparazione e la degustazione della ricetta giusta non prevede la relazione con l’altro ma con il sistema mondo. Fusione globale, confusione nucleare?

In corrispondenza biunivoca grandiosa Manolochetuttosaedè/mondo o forse estremamente umile Manolochenonsanienteenonè/mondo. 

Dalida comprende che non regge la simulazione di altre identità per integrarsi nella confusione nucleare di Manolo e non vuole dolorose scissioni.

Lei, che avverte fortemente gli altri, ama ed è riamata moltissimo dai suoi allievi, non è mai sola, isolata magari.

Era tranquilla, presa dalle sue infinite fantasie matematiche.

Manolo l’ambientalista si è presentato alla sua porta determinato, luminoso, geniale e lei, che ha gli occhi e il pollice verde, lo ha eletto giardiniere dell’eden portatile, di cui ogni creatura dispone e gode. 

Lacan dice che la lingua è il sentimento del parlante. E lui ha detto non ci sto!

Sogni, sesso, amore, libertà, finiscono fra due placche nel vuoto per l’effetto Casimir: non ci sto, non ci sono, sono vuoto perchè mi svuoto subito se sento il pieno di cui ho bisogno ma mi appesantisce e preferisco viaggiare leggero.

Dalida si decide e, trasportata da due indiani del centro, a cui chiede di andar svelti, anzi di correre, va a a fare delle analisi. 

Lei, patologicamente ipocondriaca, seguendo l’intuito, fa un voto irrazionale, per proteggere Manolo e sé stessa, un voto  paradossale contro il suo desiderio più grande: se tutto è a posto

non farà più l’amore con Manolo.

Le analisi vanno bene e dunque la loro storia d’amore senza amore non potrà più essere.

Dalida fa un sogno. Una danzatrice indiana le sussurra il segreto dell’amore tantrico. 

Proprio adesso che ha fatto il voto!

Forse non è un sogno ma è una danzatrice che balla nel centro rifugiati.

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Manolo in viaggio con Dalida, in groppa ad un mulo, Dalida si scoprirà poco alla volta, è incinta. Di chi???

Si dirigono verso un monastero, Grecia. 

A volte, torna la scena di Dalida e Manolo seduti sul bordo di una fontana o sulla spiaggia, coi piedi in acqua.

M – Sai chi è il padre?

D – Forse

M – E se sono io cosa cambia?

D – Cosa ti fa credere che potresti essere tu?

M – Il fatto che abbiamo fatto l’amore.

D – Avrei potuto essere un’altra.

M – Mi sfugge il senso.

D – Già.

Nel monastero abitano donne e uomini, ordini e abiti vari, forse esuli, disertori degli ordini propri, che si sono ritrovati in un monastero abbandonato, e che ora praticano una religiosità anarchica, panteista, consensuale.

Si sente una grande vitalità, una forte diversità di stati d’animo, in un confluire di sentire e muoversi relazionale. Le persone, contrariamente al luogo comune della strada, dove ognuno sa dove sta andando, per conto proprio, in questo monastero le persone paiono muoversi in una coreografia d’insieme, ogni volta l’una in rapporto alle altre, e viceversa. Ognuno viaggia lungo percorsi integrati con chi si trova in vicinanza, è come vedere e sentire lo spirito santo all’opera.

In chiesa ci si riunisce in circoli, ogni volta che qualcuno propone una questione, avvengono queste assemblee in cui partendo dal centro dove a turno presidia la persona che desidera assorbire l’evoluzione, si raggruppano partecipanti soci attivi naturali.

La questione viene portata da chi vuole,la cerchia si raduna attorno alla questione se se la sente, e la persona centrale è lì se se la sente, se coglie in sé la disponibilità a percepire insieme alla cerchia lo sviluppo naturale e in diretta della questione, e andare insieme alla cerchia sul cammino della ricerca di un percorso umano e psichico nell’hic et nunc che parte da lì. Il suggello è un oggetto d’argento a rappresentare la ferita, un voto che viene appeso alle pareti della chiesa, ricoperte ormai da busti, arti, teste e fantasiose parti dell’essere umano luccicanti come bomboniere.

In questo caso la questione è « come mi sento madre » e il voto è il ventre: le persone intorno fanno domande, raccontano emozioni collegate, si ascoltano, piangono, sorridono.

Dalida si sposta su una sedia trasformata in portantina con due aste legate dai due lati.

Usa una serie di cenni semplici per andare, fermarsi, con chi passa vicino, sta con lei.

Perché Dalida e Manolo sono in questo monastero?

Per avere il miracolo di guarigione dalla paralisi o per la nascita del bambino?  A Roma gli mancava la fede.

Un residente è padre o madre greca di Dalida?

Sono venuti per ricevere un insegnamento particolare?

Per far nascere il portato in grembo?

Per una questione di confluenza?

Per un compimento spirituale, un rito di passaggio?

Il monastero è conosciuto per una pratica di preghiera particolare, che avviene così: la persona che desidera che una propria domanda, situazione, questione, sia ripresa in preghiera nel monastero, invia un pacco con uno o più libri che associa a questa questione. I monaci aprono i pacchi e scelgono liberamente quali libri leggere, e poi si ritrovano a pregare insieme, una volta letti i libri. Il momento della preghiera è un momento di trance meditativa, durante il quale i preganti sono esercitati a vocalizzare verbalmente i loro pensieri liberi. Quindi si assiste ad una sorta di dialogo libero lievemente cantato e sussurrato, con spazi di silenzio vibranti. La seduta dura venti minuti. Si sente il silenzio parlare. Avviene ad un momento scelto, registrato precisamente, nel tempo, nel luogo, nelle emozioni dei presenti. Alla persona che ha formulato la domanda viene recapitata una lettera, con una ricetta, dopo un tempo indeterminato. Anche il momento in cui questa lettera verrà redatta è in mano al caso. Si nota che c’è una certa coerenza fra la misura del tempo e la misura della complessità umana esplicitata nella preghiera. Una preghiera semplice, è svolta in tempi relativamente corti, le preghiere complesse, a volte prendono anni e decenni fra ogni passo. Ad ogni preghiera corrisponde un fascicolo, dove sono conservati i vari documenti e le trascrizioni delle lettere e ricette inviate. Le persone che hanno inviato una preghiera e che hanno ricevuto indietro una ricetta, ogni tanto, scrivono per narrare la storia, per associare un momento particolare nel tempo al momento conosciuto dopo nel quale si è svolta la preghiera nel monastero. Ne escono storie improbabili eppure delineate nel tempo. E il tempo stesso, appare come un non sense, alla lettura di certe storie.

Manolo e Dalida, cercano fra le preghiere di tutti i tempi, cercano per intuizione, cercano per capire quali sono le preghiere dei contemporanei, quelle della generazione prima, e quelle di tanto tempo fa.

Cercano fra le preghiere e fra le ricette, fra i libri della biblioteca, nella parte costituita dai libri ricevuti, libri vissuti, letti da persone che si sono implicate in un momento di trasformazione.

Ci sono titoli che tornano, altri che appaiono come unici. 

Forse nel monastero Dalida e Manolo trovano la ricetta per passare dal paradigma del tempo lineare, oggi faccio questo perché ieri è successo quest’altro, ad un sistema di coordinate a 8 dimensioni, tempo, spazio, emozioni.

E utilizzando questa ricetta, riescono a entrare nel tempo in cui le persone si spostano anche utilizzando i veicoli, ogni volta sentiti e vissuti come un movimento in uno spazio di dimensioni comuni.

Dalida si alza e cammina (col pancione?)

I due sono di nuovo a Roma, i mezzi di trasporto hanno ripreso a funzionare.

Ma la gente si mette insieme nei veicoli.

Chi è in auto riconosce chi deve andare nella sua direzione e si ferma per dargli un passaggio. 

Non c’è più traffico.

Incontro fra due persone qualunque:

– Ciao, mi chiamano Francesco, mi commuove trovarci qui, come ci sentiamo?

– Buongiorno, mi chiamano Anna. Si. Mi rincuora trovarci qui ora. Sento caldo in fronte, il naso si riempie di muco, i suoni arrivano ovattati, mi chiedo dove mi porta questo corpo antenna. E tu, come mi senti? Dove mi porti? Mi ispiri serenità e autorevolezza.

– Si

Francesco ed Anna si abbracciano per un certo tempo, carezze sulla schiena, abbraccio diretto e fraterno.

Staccano i corpi mantenendo il contatto fisico con le braccia, si guardano sorridenti, intimi, e poi insieme:

– Andiamo

Partono l’uno accanto all’altro per una via.

Si intuisce un percorso determinato sul momento, una passeggiata, e allo stesso tempo a vederli viene l’impressione di sapere dove si stanno dirigendo.

Più lontano, in un posto momento fase, come prima durante dopo:

– 

E’ l’ordine di priorità che si modifica  se il tempo è illimitato o se c’è una deadline, in un tempo orizzontale, cronologico, unidimensionale e conseguenziale, mentre nell’hic et nunc i valori si riorientano e le dimensioni (tempo, spazio ed emozioni) aumentano e coesistono. L’hic et nunc si arricchisce del sentire (trovare la parola in latino)

Come applicare questa cosa alla mobilità.

Quale punto di vista? Sempre quello del nostro uomo oppure vediamo oggettivamente le reazioni della gente.

A fine giornata l’uomo torna nel suo laboratorio e guardando la sua bicicletta ad idrogeno con portabagagli integrato, con la quale va in giro ad installare filtri ad osmosi inversa, seduto sulla sedia, si mette le mani nei capelli: come cavolo faccio ora, c’è e non c’è. Domani dovevo andare da Simone, ne vuole dieci per tutte le case del condominio, e? Porca miseria.

Disperazione.

Decide di uscire, è notte, il suono della città è diverso, la gente vaga persa, in cerca di punti di riferimento, si vedono persone uscire e poi tornare indietro come quando si è dimenticato qualcosa di importante, altri, si incrociano guardandosi disillusi, impauriti, chi usa la derisione per sdrammatizzare, chi impreca da solo, chi si arrabbia con i figli.

Profondo respiro, l’uomo, entra in trance in veglia, e inizia a seguire un percorso a piedi che va visualizzato come un progressivo passaggio da un viaggio a piedi nella dimensione spazio temporale ad un viaggio nella dimensione delle emozioni. 

Visualizzare come in Brazil, commistione fra sogno e realtà. Nei momenti di sogno l’uomo vive disperazione e colpevolezza, gioia per un mondo finalmente come lo desiderava intimamente, paura della ribellione delle persone, della loro aggressività che cresce a dismisura, tristezza per un mondo vicino alla fine, paradossalmente imploso. 

Manolo non sa che fare, è bombardato dalla gente paralizzata in casa, pieno di sensi di colpa e dalle rotture di palle della ex e dei vecchi genitori.

Porta Dalila dall’amico volontario e allestitore di mostre, specialista di montaggio e smontaggio di pezzi di opere di artisti famosi, creando conflitti.

Va a Napoli, dal mago di Arcella che sta sotto al Vesuvio nell’hinterland napoletano, che trova dopo aver vagato per condomini, scale, sottoscala, scantinati.

Barca, ciucciariello, Vesuvio, Murolo con canzoni che com-muovono.

Oppure a Stromboli, da iddu il vulcano attivo coi lapilli nel cielo notturno. 

Va all’università (scuola, palestra di yoga, spiaggia, bosco), raduna un fisico, un chimico, un matematico, un filosofo, un campione di maratona, un economista, un poeta, un ortopedico, con la fiducia dell’idraulico non laureato che pensa di trovare soluzioni dalla condivisione e dal sapere ufficiale.

La fine sta nel declic che fa che le persone ripensino la mobilità nelle dimensioni spazio tempo ed emozioni (dimensione mandalica)

6 capitoli  acqua aria terra fuoco legno metallo?