Le avventure di Paolino Paperino

Esco di casa con un’urgenza, l’urgenza di rendermi in un altro posto

del mondo, dall’ospedale alla casa di un amico che si sente male, mi

trovo davanti una dieci cento macchine chiuse a chiave, proibite, o un

flusso di macchine guidate da automi rinchiusi nelle loro uniche

frette.

Ho una chiave in mano e provo ad aprire una macchina, non si apre.

Poi un’altra, e un’altra ancora.

Ho un telecomando e provo, nulla.

Ho un telecomando in mano e schiaccio, a trenta metri c’è una macchina

che lampeggia, corro, apro la portiera, è visibilmente la macchina di

un altro, mi siedo, metto la chiave nel bariletto dell’avviamento, non

gira.

Sfigato.

Esco di casa, vado a passeggio, sul bordo della strada, ci sono macchine

parcheggiate: conto il numero di macchine che sorpasso a piedi, ad

ognuna passando davanti in sovrimpressione vedo attribuito il « valore

all’acquisto », che si aggiunge a quelle precedenti, arrivo al bar e

compro un biglietto della lotteria, il monte premi è inferiore al

valore di tutte le macchine che ho passato.

Esco di casa, passeggiata, come prima ma col « valore dell’usato ».

Esco di casa il giorno dopo: idem, cambiano i colori, i valori si

mantengono sulle stesse cifre complessive.

Enumero i giorni della settimana, e sommo.

Esco di casa e mentre conto, incontro un musicista di strada, mi fermo

e ascolto, poi parto senza lasciare nulla, in fondo non è poi così

bravo.

Passeggio e incontro un barbone, col bicchiere davanti, cerco le

monetine, e gli do solo le più piccole, nel frattempo la cifra del

valore incremenziale delle macchine svetta accanto a me.

Vedo al posto delle macchine in strada, nei rettangoli di linea

bianche dei simboli del denaro, lingotti d’oro, conti in banca,

gioielli e diamanti, azioni, poggiati per terra, sui quali i cani

pisciano, la pioggia cade, le foglie, la sabbia, la neve.

Un esattore che passa e mi chiede di pagare delle tasse per mantenere

i simboli parcheggiati.

Un garagista che mi dice che devo cambiare le banconote, sono

anormalmente consumate e che gli devo trovare altre banconote altre

banconote.

Un ladro che passa prende e corre via dopo aver raccolto ciò che gli pare.

Queste « macchine » virtuali intasate in hangar, depositi, stive, navi,

viaggiano verso i paesi « sotto » sviluppati.

Un filare di coltivazione del grano, linee parallele, inquadrato da

una prospettiva dove appare una distesa di verde, poi a scendere piano

ingrandendo l’immagine verso la terra fra due linee, terra arida del

colore della sabbia che diventa sabbia, poi a risalire verso l’alto,

si vede il deserto, è tutto deserto, dune e deserto.

Pedoni alla fermata dell’autobus, fra le macchine in sosta, aspettano:

contano mentalmente le macchine che passano, per ogni macchina in

sovrimpressione c’è il numero di posti disponibili.

In alto la somma dei posti disponibili.

Schermo linee previste in arrivo.

Minuti.

Linee che scorrono, minuti che passano, macchine che passano.

Poi dopo 7′ minuti di attesa, arriva l’autobus, in sovrimpressione il

numero di posti disponibili nell’autobus quando è vuoto.

Autobus quasi pieno.

Persone che salgono e scendono.

I dati numerici in alto.

Idem con i posti disponibili.

Schermata excel. Numeri, e somme.

Interni di case, con sedie, tavoli, diversi, vuoti, ogni tanto una

persona, due tre, colazioni, pranzi, cene, in parallelo delle lancette

d’orologio che girano, sulle ventiquattr’ore.

Mentre le lancette girano cambiano gli interni. Sedie, divani, letti.

Vuoti più che spesso.

Piatti di ristorante che tornano in cucina con i resti.

Tante cucine e piatti diversi che scorrono.

Veloci.

Una porta che si apre sul buio di una stanza e piano piano il nero si

illumina diventa verde diffuso, scuro, poi si schiarisce poco a poco:

un orto sinergico visto dall’alto come se fosse un muro.

Ci si avvicina e il verde inizia a acquisire sfumature, colori che

appaiono, linee, ci si avvicina e si entra nella terra viva, piena

zeppa di animali, forme, micro organismi.

Cammino lungo una strada di campagna lunga, come infinita, sono solo,

cammino di schiena, rumore di macchina che arriva da dietro, rumore

che aumenta, alzo il braccio e metto su il pollice, macchina che

appare e sfreccia sempre più veloce come se diventasse un razzo, e

sparisce in poco tempo nell’infinito della linea di fuga della strada.

Le pubblicità per il giorno di San Valentino.

Versione identica con la macchina che diventa un razzo che va su Marte.

Cielo, linee di vapori strie aerei.

Interno cucina, caffettiera sul fuoco.

Tre tazze sul ripiano, caffé versato in tre tazze.

Una mano prende una tazza.

Pausa.

La mano poggia la tazzina.

Pausa.

La mano vuota il caffé delle due altre tazze nel lavello.

Lampadine accese, interni che sfilano, lampadine che si accendono, si spengono.

Pioggia, lampi nel cielo, baia e orizzonte, aria di tempesta.

Turbine che sale dalla superficie del mare fino alla volta del cielo.

Una volpe e la sua tana.

Foglio excel, schermate, tasti, dita, numeri, una voce rap, racconta

cifre e dati, toni che vanno su e giù come onde, su melodie super

conosciute.

Una macchina che si ferma davanti all’asilo, un bambino che scende con

la cartella a rotelle e il manico telescopico.

Schermo nero.

Un punto bianco che dal centro si allarga veloce per diventare TI AMO,

e trasformare il nero in bianco.

Schermo bianco.

La danza delle macchine vista dall’alto in accelerato che arrivano e

partono davanti all’asilo, alla scuola, i licei.

Fermata dell’autobus.

Tante persone che aspettano, ognuno a modo suo.

Appare un bambino che si fa avanti e mette il pollice su per fare stop.

Immagini di vecchi soli in casa, col telecomando in mano.

Televisori spenti.

Il controllo dei bagagli in aeroporto, sacchetti dei liquidi,

bottiglie d’acqua nelle pattumiere.

Il tunnel di una fogna, cammino vestito da cowboy e pescatore con le

gambe in acqua accanto ad un cammello che va sul bordo asciutto del

tunnel.

Paolino Paperino davanti al deposito di Zio Paperone.

Guarda in alto il cielo monocromo, poi a destra c’è un cartello con

una freccia, poi a sinistra un cartello con una freccia, poi in basso

il verde monocromo.

Esplosione finale di Zabriskie Point.

Grotta del prete, pirati vestiti come Baroni di Münchhausen che

scaricano bottiglie di acqua di plastica.

Poi risalgono a piedi lungo la strada che va al paese, passano le

macchine di oggi che continuano con poco interesse, scafati.

Gli stessi pirati al ritrovo tavoli in paese, che giocano a scopone scientifico.

Ogni tanto uno si alza e va a bere alla fontana.

Appaiono felici e appagati, scherzano, s’incazzano.

Ogni tanto sparano per aria, e ridono.

Macchine su autostrade, schermo dell’immagine che scazza, lampi,

immagine che va e viene, torna, brusii, neve, immagine di macchine su

autostrade come traiettorie.

Nei momenti di scazzo dello schermo appaiono le traiettorie delle

particelle atomiche che si scontrano, appena visibili, poco più che

un’immagine subliminale.

Colori dello sfondo, tracce in colore complementare.

Diabolik, si toglie la maschera, guarda Eva Kant, e sorride.

Un tunnel di città con i giacigli improvvisati dei senza tetto.

I tornelli della metro e il passaggio della carta o del biglietto in

accelerate e poi rallentate con un battito sinusoidale.

Interno chiese vuote.

Poi piano piano persone che arrivano e spostano i banchi, lavorìo,

persone di tutte le età, bambini che iniziano a giocare a biglie,

banchi che vengono disposti per sedersi uno davanti all’altro, spazio che cambia

figura sociale, gente che va, gente che si ferma, parla, si abbraccia,

bacia, legge, estrae il computer, legge libri, porta il cesto dalla

campagna, mangia, offre a chi c’è.

Musicisti in giro. Organo con arie da viaggio.

Interni domestici, biblioteche, filari di libri, interni diversi,

libri che si ripetono.

Un po’ di polvere visibile.

Pile di libri nuovi e identici dalla Feltrinelli.

Lo schema di un circuito elettrico, e poi altri schemi, di circuiti,

che si animano fino a diventare la tela e i nodi dei giocatori online.

Suoni di spari e voci, voci e spari, ordini, commenti parolacce a

sfondo sessuale, epiteti di genere, conversazioni dal tono divertito,

amicale, accondiscendente.

Letti con ragazze sole che si toccano gli occhi chiusi.

Visi contratti dal dolore all’apice del climax.

Alessandro Volta, nel suo laboratorio, con la pila, e l’elettrolisi,

poi esce di casa e ferma una macchina ad idrogeno che passa di li,

conversa col guidatore e altre due persone, ognuno libero di andare

dove gli pare, scendere e salire su un’altra macchina, fermarsi ed

entrare in una casa, ritrovarsi a conversare in chiesa, dove fra le

altre attività, ci sono persone che si baciano e si toccano

amorevolmente.

 (22 luglio 2018)